Marco Pelliciajo: verità o leggenda?

Aggiornato il: mar 29



Agli inizi di giugno 1509, la situazione della Repubblica di Venezia, si poteva dire che fosse tutto fuorché serenissima: appena due settimane prima circa, l’esercito della città lagunare era stato duramente sconfitto presso Agnadello, presso il lago di Garda, e i vittoriosi francesi si erano spinti fino a Peschiera, occupando cioè quanto era stato deciso l’anno precedente tra le forze dell’antiveneziana Lega di Cambrai. Le altre città venete sarebbero invece dovute spettare all'Imperatore tedesco, ed ecco che Padova fu tra le prime a fare la dedizione. Treviso invece, con grande coraggio dimostrò la sua fedeltà a Venezia, resistendo anche all'assedio che le forze imperiali fecero nell'ottobre 1511.

Si potrebbe pensare che la dedizione della città patavina sia stata avvertita come una costrizione, ma la realtà è che Venezia lasciò alla terraferma veneta la libertà di scegliere da che parte stare. Treviso mandò pure, in quel 1509, Bernardo Pola e Gian Antonio Approini in laguna a chiedere consiglio su che cosa fosse conveniente fare, ma il Senato non poté che rispondere molto vagamente, data la grande incertezza regnante[1].

È facile immaginare che l’angoscia che c’era nell'aria si potesse tastare, tanto era grande:

E mentre in quelle turbolenze Girolamo Marino Podestà Uomo giusto, e grave, non senza cagione impaurito, voleva abbandonar la Città, egli fu da molti Cittadini, acciocché maggior disordine non succedesse, nel Palazzo, con molte ragioni, e preghi trattenuto.[2]

Il rappresentante veneziano a Treviso dunque, “costretto” a svolgere il suo ruolo, attuò come prima cosa dei provvedimenti per evitare il saccheggio della città da parte dei profittatori, nominando otto “Caporioni” che avrebbero sorvegliato la città giorno e notte. Partito da Padova, il 6 giugno arrivò a Treviso l’araldo imperiale[3], richiedendo che la città si arrendesse, «altramente che li costringerebbe con la forza all'obbedienza; saccheggierebbe la Città, e la metterebbe a ferro, ed a fuoco»[4], accrescendo, com'è ovvio, i timori delle massime autorità civili.

Il giorno seguente, il Consiglio cittadino riunitosi, fu condizionato dalla paura: fu decisa la sottomissione all'Imperatore, «con speranza un giorno di ritornare all’ubbidienza della Repubblica»[5]. Una decisione certo sofferta ma la sua necessità venne maggiormente spiegata ai trevigiani da un consigliere, tale Ambrogio Gazi. Egli con toni accesi sottolineò i rischi che si sarebbero corsi se non fosse stata dichiarata quanto prima la fedeltà all'Imperatore, «che senza alcuna forza ci ricerca»[6], enfatizzando che non si dovesse provare vergogna di questo atto dato che Venezia aveva lasciato Treviso libera di decidere il proprio destino, che certo non poteva essere il voler vedere la propria città distrutta. Anche dopo questo discorso non mancò ugualmente una certa inquietudine per quanto deliberato, al punto

che per due ore, non senza confusione, e bisbiglio stettero ancora i Trivigiani irresoluti, alla fine conchiusero di mandare subito cinque Ambasciatori a giurar fedeltà al Dressino per nome di Cesare; e quelli furono Francesco Rinaldi, e Taddeo Adelmari Dottori, Niccolò Anselmi, Alessandro Zuccareda, ed Evangelista Marconi.[7]

Durante il tragitto da Treviso alla città patavina, avviene un primo, piccolo ma importante episodio. Il Rinaldi, da capo dell’ambasciata, convinse i compagni a comportarsi diversamente da quanto ordinato, «assumendo intera la responsabilità del coraggioso e gravissimo arbitrio»[8]. Perciò, una volta che furono dinnanzi al Trissino comunicarono che Treviso era pronta a dimostrare la propria dedizione all'Imperatore, ma non in modo immediato poiché la città temeva di essere oggetto dell’ira di Venezia, che verso Mestre aveva un esercito che sarebbe stato pronto ad assalire Treviso. In ogni caso, se Trissino si fosse mosso coi soldati imperiali verso la città, non avrebbe trovato ostacoli. La sera di quel giorno, gli ambasciatori tornarono a Treviso, timorosi dell’accoglienza che avrebbero ricevuto.

Ricevuto dal podestà Marin, dal provveditore generale Duodo e da molti cittadini, il Rinaldi espose francamente il proprio operato, attendendone sereno il giudizio. Ma lunge dall’averne rimprovero, come forse temeva, ebbe egli lode e plauso per l’abile condotta, la quale lasciava tempo prezioso al maturarsi di nuovi fatti.[9]

Inaspettatamente era quindi avvenuto un repentino cambio di visuale, e Santalena immagina facilmente la soddisfazione del provveditore Duodo, pronto a comunicare a Venezia il lieto annuncio. All’inizio di quella seconda settimana di giugno, a suggellare simbolicamente il perseguimento della politica di attaccamento a Venezia, potrebbero bastare due fatti.

A un ambasciatore del re di Ungheria giunto a Treviso in direzione di Venezia, venne proibito l’ingresso in città dai soldati di guardia fino a che non avesse avuto il permesso dai reggitori. Nell’attesa, chiese il motivo degli accertamenti, e gli venne detto di quanto stava avvenendo in quei giorni; pose allora la domanda ad alcuni cittadini da quanto fossero sotto la Serenissima, «a cui venne risposto nessuno esser nato sotto altro dominio»[10]. Ribattendo che non comprendeva per quale motivo avrebbero dovuto «darsi a gente straniere, che non conoscevano»[11], turbò profondamente l’animo di questi trevigiani, che non esitarono a far riflettere gli altri abitanti con gli stessi dubbi. Il secondo fatto avvenne il 10 giugno, e riguarda la presunta influenza che avrebbe esercitato Marco Pelliciajo, un cittadino di Crema.

Tutti i testi che parlano della storia di Treviso, nel trattare di quanto avvenuto in città dopo Agnadello, sono facilmente accostabili nel parlare della figura di Marco Pelliciajo. Quest’uomo, di cui a Treviso non si trova nemmeno una via a lui dedicata, parrebbe l’artefice della resistenza attuata dalla città nelle giornate cruciali dopo Agnadello.

Scrive il Bonifacio:

corsero molti di loro alla Piazza gridando: San Marco, San Marco, tra’ quali fu Marco Pelliciajo da Crema Uomo di molto seguito, e di grande autorità presso alla plebe: il quale, salito sopra un Cavallo con uni Stendardo in mano, da molti seguitato corse per tutta la Città gridando il nome di San Marco.[12]

A questo personaggio, dice il Brunetta citando a sua volta il Semenzi, si aggiunsero Antonio Dal Tempio col figlio Giovanni[13](ma anche Bonifacio fa i loro nomi). Venezia volle premiare la fedeltà di Treviso così espressa dal Crema, garantendogli il pagamento mensile di 10 ducati già a partire dal settembre seguente, dandogli una proprietà «dalla quale egli cavasse dugento ducati all'anno»[14], più un’abitazione per sé e la famiglia (eredi compresi), oltre alla garanzia di poter vivere insieme «come fanno gli altri Cittadini Viniziani»[15]. Inoltre, quando Bonifacio scrive, anche i suoi discendenti possono godere di questi privilegi, poiché è stato consentito loro di sedere nel Consiglio dei nobili di Treviso. Inevitabilmente anche Dal Tempio, cioè colui che come detto si unì a Marco Pelliciajo, fu ricompensato con denaro e titoli nobiliari dalla città lagunare[16].

Di fronte a una simile prova di lealtà a Venezia, viene spontaneo chiedersi se essa si sia effettivamente verificata. Un’analisi più approfondita su questa vicenda venne fatta dal Santalena, il quale, oltre ad affermare la sua assenza negli scritti di Pietro Bembo, fa notare che l’abate Laugier e Muratori, entrambi autori del ‘700[17], trascrivevano il nome dell’incitatore di popolo in modo diverso, ovvero rispettivamente Pietro Petiziario e Marco Calegaro[18]. Sempre Santalena menziona la mancanza dell’episodio in una storia settecentesca anonima proprio sulla Lega di Cambrai, ma soprattutto nell'autore che è la sua fonte principale: Marino Sanudo. Santalena riporta le parole testuali del Sanudo che, vivendo dal 1466 al 1536 è a tutti gli effetti un contemporaneo dei fatidici momenti di cui si sta parlando. Questi infatti fa pure cenno all'episodio della volontà degli abitanti di rimanere attaccati a Venezia, ma il ruolo di Marco Pelliciajo è decisamente minore. Sanudo descrive che fu prima di tutto il provveditore ad esclamare il nome del santo il cui simbolo è il leone alato, e stimolando la gente a fare altrettanto. Quindi Santalena prosegue, sempre menzionando quanto scritto dal Sanudo, che

li cittadini chi andono in qua, chi in là, a scondersi, videlicet Zacaria di Renaldi, cavalier, Alvise dal Corno, Rambaldo Avogaro et altri. Et li oratori fono a Pova, per paura dil populo; si che Treviso si vol mantegnir per la Signoria nostra. Et uno Marco Pelizer è capo di alcuni armati, qual è tutto marchesco e gran nimicho di cittadini etc. Et in questa terra fo dito il populo aver amazato questi 3 citadini; e non fu vero.[19]

A questo punto Santalena ricorda come Zuccato, anch’egli contemporaneo dei fatti ed anzi diretto testimone, è sicuramente l’autore che esprime una versione molto più corretta di quanto avvenuto quel decimo giorno di giugno dell’anno 1509. Prima di tutto la resa venne richiesta dall'araldo e non dal Trissino; il Podestà poi, come è stato scritto precedentemente, non avrebbe esitato a lasciare Treviso, diversamente dal Provveditore Generale Duodo che riuscì a far cambiare idea agli ambasciatori[20]. Sempre Santalena rimane perplesso che Bonifacio, che scrive la sua Istoria alla fine del ‘500 e tra i documenti su cui si basa c’è anche Zuccato, trasformi completamente la realtà storica.

Stando a quest’ultimo, infatti, le cose andarono in tutt'altro modo: mentre la folla si recava nella Piazza di Treviso al grido di “San Marco”, si trovava tra la gente questo Marco Pelizzaro, che aveva in precedenza scongiurato i trevigiani di passare dalla parte imperiale. I cittadini allora, continua il cronista, lo fecero montare su un cavallo circondato da tutti coloro che manifestavano la fede marciana. La domanda è sempre la stessa: dove sta la verità? Era, questo Marco, un semplice personaggio satiricamente scelto dai cittadini fedeli alla Serenissima quale loro simbolo? O uno dei tanti approfittatori che, vedendo come andavano le cose, avrebbe fatto un voltafaccia? È per questo che i suoi discendenti risultano per Bonifacio avere diversi privilegi? Alla fine, la risposta più esaustiva, credo che sia proprio il Santalena a darla:

Marco Crema, a cavallo, era a capo del popolo che correva gridando per le vie, e lui più degli altri gridava. Non è perciò difficile spiegare come possa essergli stato attribuito il merito del sollevamento del 10 giugno, e come se ne desse in fretta al Senato la buona novella, nei termini noti.[21]


A cura del dott. Davide De Cia



NOTE BIBLIOGRAFICHE [1] Brunetta E. Tarvisium Trevigi Treviso Storia di una città, Editoriale Programma, Treviso 20172, p. 125. [2] Bonifacio G., Istoria di Trivigi, Venezia 1744 (ristampa dell’edizione del 1591), p. 495. [3] Il Bonifacio scrive che l’araldo era Leonardo Dressino (Trissino) [4] Ivi, p. 496. [5] Ibidem. [6] Ibidem. [7] Ivi, p. 498 [8] Santalena A., Veneti e Imperiali. Treviso al Tempo della Lega di Cambray, 1896 (ed. anastatica Londra 2018), p. 50. [9] Santalena, op. cit., p. 52. [10] Ivi, p. 54. [11] Ibidem. [12] Bonifacio, op. cit., p. 499. [13] Brunetta, op. cit., p. 126. [14] Bonifacio, op. cit., p. 499. [15] Ibidem. [16] Ivi, p. 500. [17]Marc-Antoine Laugier scrisse una Istoria di Venezia dalla sua fondazione, mentre Ludovico Antonio Muratori gli Annali d’Italia [18] Santalena, op. cit., pp. 58-59. [19] Ivi, p. 61. [20] Ibidem. [21] Ivi, p. 71.

Immagine di copertina presa dal sito http://www.veja.it/ al link http://www.veja.it/2015/11/07/storia-veneta-93-1509-treviso-resta-fedele-non-tutti-abbandonano-venezia/

Immagine sotto al titolo: Mura di Treviso - Il Bastione di San Marco [ph: Davide De Cia]

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