(parte 1) La deindustrializzazione della Manifattura Tabacchi di Venezia

Aggiornato il: apr 2


INTRODUZIONE


Mi sono incuriosita di questa fabbrica un po' per caso. Finendo le lezioni a San Basilio percorrevo la strada interna che passava davanti al carcere e proprio di fronte si trovava un complesso di case in stile vittoriano. Oltrepassavo il rio Terà dei pensieri e mi ritrovavo davanti una fabbrica di color rosso, con un’entrata particolare, mi pareva di vedere un pezzo di film “L'uscita dalle officine Lumière” prodotto dei fratelli Lumière nel 1895.

Così cominciai a cercare informazioni riguardo questo stabile e ne risultò una fabbrica ricca di storia operaia, in particolare della manodopera femminile.


Sono riuscita addirittura a contattare ex operai che avevano lavorato lì, grazie ad un post pubblicato in un gruppo su Instagram, dove partecipavano abitanti di Venezia. Da lì mi contattò per messaggio privato una ragazza che aveva il padre che lavorò in quella fabbrica e, passandomi la sua e-mail, ci siamo scambiati i numeri di cellulare. Il sig. Gilberto, questo è il suo nome, mi passo altri contatti preziosissimi per la mia piccola ricerca; mi diede il contatto di un ex sindacalista il sig. Bruno Polesel e di una ex operaia Germana De Preda.

A questo punto lessi il libro della ricercatrice Teresa Maria Sega, una ricerca completa e strutturata sulla Manifattura Tabacchi, il suo saggio mi fece da guida per la mia ricerca; inoltre, ebbi il piacere di conoscerla in una lezione tenuta dal prof. Marco Fincardi, dove veniva esplorato il mondo delle partigiane donne, così contattai il professore chiedendo se potesse darmi il contatto e-mail della dott.ssa Sega, per richiederle un’intervista.

A questo punto avevo il quadro generale della situazione, la dott.ssa Maria Teresa Sega mi passo un sacco di articoli di giornale, di fonti, dove poter attingere la mia piccola ricerca e potermi concentrare sulla deindustrializzazione della fabbrica.


A questo punto feci una scelta, per strutturare la mia tesina, e decisi di concentrarmi sulla deindustrializzazione della fabbrica, sulla percezione operaia della chiusura e sulla loro memoria.


NASCITA


Su vasta area, al limite ovest della città fra il Rio delle Burchielle e quello di S. Andrea a S. Croce, nasceva intorno al 1786, per iniziativa di Girolamo Manfrin, un nuovo stabilimento della Manifattura de’ Tabacchi. Anticamente la Manifattura era sita alla Madonna dell’Orto e in seguito alla fondamenta dei Peniteri, a Cannareggio. Nel 1868 il Ministro delle Finanze del Regno d’Italia affida la gestione del Monopolio dei Tabacchi a una Regia cointeressata (Società con i capitali inglesi e tedeschi) con un contratto che garantisce un reddito fisso annuo. Quando il Monopolio ridiventa di Stato nel 1884, Il Ministero delle Finanze, che gestisce in maniera diretta le Manifatture in Italia, razionalizza la produzione e introduce nuove macchine per le sigarette e disciplina la confezione dei sigari con l’introduzione della quota fissa e del cottimo che porta un notevole aumento della produttività. [1]


Grazie all’istituzione nel 1880 della Cassa Nazionale di Previdenza per l’Invalidità e la Vecchiaia, nel 1887 le tabacchine avevano, infatti, conquistato un orario di lavoro di 8 ore più una mezz’ora di intervallo e 50 giorni pagati di malattia; nel 1904 con il nuovo regolamento la giornata lavorativa era scesa a 7 ore con 1 ora di riposo; erano previste cucine economiche per un pasto caldo, 2 mesi pagati di malattia e la Cassa pensioni. La presenza dei due regolamenti assicurava, dunque, alle lavoratrici, una dignità e sicurezza superiore a quelle delle operaie private, prevedendo una stabilità d’impiego ed una certezza della paga, anche se il salario era sicuramente basso. Le sigaraie costituivano il cuore insostituibile della lavorazione del tabacco poiché non erano ancora state realizzate delle macchine che potessero meccanizzare le due fasi più importanti della lavorazione: “la scostolatura” delle foglie del tabacco e la confezione del sigaro. Lavori eseguiti, dunque, manualmente dalle donne, che riuscivano a confezionare circa 100 sigari al giorno.


La lavorazione prevedeva varie fasi. Dopo l’approntamento che consisteva nel ricevere e separare le foglie del tabacco, le operaie procedevano allo “spulardamento”, nella selezione cioè delle foglie una alla volta e nella pulizia delle stesse con le mani. Lavate e sottoposte a trattamenti chimici in idonee apparecchiature, le foglie venivano scostolate, ripulite cioè dalla nervatura centrale, e confezionate in sigari prendendo un lembo (fascia) della foglia del tabacco, riempiendolo con altri pezzetti di foglia più piccoli, arrotolando e premendo il tutto. Tutte queste fasi erano sottoposte a rigorosi controlli sulla qualità del prodotto finito (dimensioni, compattezza, peso, ecc) e sulla quantità del materiale utilizzato, poiché le foglie di tabacco per le fasce e per il ripieno venivano pesate prima di essere consegnate alle operaie, si controllava che fossero consumate perfettamente e che non vi fossero sprechi. Questa rigorosa sorveglianza era la garanzia di qualità che dava il Monopolio nei suoi prodotti. Le sigaraie lavoravano a cottimo e, quindi, importante era la velocità di realizzazione del prodotto e la destrezza manuale delle donne; esse lavoravano sedute in grandi saloni.

La sicurezza del posto di lavoro permette alle donne di rimanere occupate anche dopo il matrimonio e quindi implica un aumento di madri con figli piccoli. All’interno della Manifattura esisteva una stanza dove venivano tenuti i bambini, ma non era un luogo adatto come testimoniato dal dott. Griffini che al IV Congresso della mortalità infantile invoca la sua chiusura. [2] Così nel 1877 viene aperto, poco lontano dalla Manifattura in rio Terà dei Pensieri, un asilo grazie al sostegno della contessa Elisabetta Michiel Giustinian che lo intitolò marito Giobatta Giustinian [3] che fu il primo sindaco della Venezia italiana. Dopodiché fu stipulato un accordo con la Manifattura Tabacchi che permetteva alle madri operaie di portare i propri figli (sia lattanti che già svezzati) in una struttura sicura; l’ammissione in asilo richiedeva alle madri alcuni obblighi quali: portare il proprio figlio personalmente sia alla mattina che venirlo a prendere alla sera e di allattarlo almeno due volte al giorno. Questa struttura si proponeva non solo di educare i figli delle operaie ma anche di educare le stesse madri.

A cavallo tra Ottocento e Novecento la Manifattura Tabacchi acquisisce un aspetto di area industriale moderna e razionale, infatti per ovviare ai continui incendi che perversavano in quest’area, nel 1913 vengono espropriate parti di aree confinanti così da isolare completamente la Manifattura. In un secondo momento il Comune concede la costruzione di un cancello e due pilastri per delimitare l’area, la Manifattura rinuncia inoltre al diritto di servitù del ponte di ferro per escludere il passaggio al pubblico. Nel 1932 viene costruito un passaggio in mattoni che collega i due corpi della fabbrica sul rio delle Burchielle, a questo punto la “cittadella” è completamente delimitata e chiusa. La Manifattura Tabacchi è un mondo chiuso e completamente autosufficiente.

Agli inizi del Novecento dentro in fabbrica lavorano circa 1.500 persone tra operai comuni (braccianti e manovali) e le operaie, ci sono anche operai specializzati detti artieri assunti per concorso e comprendono: meccanici, elettricisti, carpentieri, falegnami, fuochisti, e fabbri; negli uffici lavoravano gli impiegati e scrivane e in aggiunta tutto il settore dei trasporti, sartoria e infermeria. [5]


DONNE A LAVORO FRA LA FINE ‘800 E GLI INIZI ‘900: LE TABACCHINE


Nel corso del 1700 si riuscì a coltivare in Italia le piante di tabacco “forte” come lo Spadone o il Brasile, perciò iniziò l’intero ciclo produttivo in particolare la produzione del tabacco trinciato sia da fiuto che da masticare. Nel corso dell’Ottocento si passò dalla produzione dei cosiddetti “trinciati” a quella dei sigari per far fronte alle nuove richieste, siccome il mercato del tabacco era molto redditizio, ogni antico stato italiano aveva predisposto una propria produzione.

Con la lavorazione dei sigari, la manodopera femminile nelle manifatture era molto richiesta, in quanto le fasi di lavoro del tabacco venivano affidate esclusivamente al personale femminile considerato più adatto a trattare la pianta. Con l’Unità d’Italia (dal 1866 fino al 1883) le diverse manifatture vennero tutte coadiuvate in una struttura centralizzata dipendenti da una società appaltatrice la “Regia cointeressata” per poi passare sotto il Ministero delle Finanze che gestiva tutto dalla coltivazione alla commercializzazione.


Oramai le sigaraie formavano un settore indispensabile e insostituibile nelle principali fasi di lavorazione del tabacco, dato che non si riuscì mai a sviluppare una macchina che le sostituissero definitivamente. Lavori eseguiti che riuscivano a confezionare circa 100 sigari al giorno.

Nelle città la concentrazione di operaie oscillava tra 500-1.000 con punte anche di 1.400; queste grosse concentrazioni di manovalanza femminile favoriva la presenza di organizzazioni sindacali, inizialmente in maniera spontanea poi via via in maniera più organizzata e crescevano in modo costante alla sensibilità politica, tanto da indurre alcune all’adesione nei primi movimenti socialisti e anarchici.

Il Monopolio di Stato garantiva la qualità del prodotto attraverso controlli molto rigorosi come: la forma, le dimensioni, il peso e la compattezza, queste caratteristiche erano indispensabili e le operaie dovevano fare molta attenzione per non rischiare che il loro lavoro fosse distrutto una volta completato, oppure incorrere in qualche sanzione. Oltre ai controlli della qualità, c’era anche il problema della velocità di realizzazione del sigaro che metteva in luce la bravura del lavoro femminile. Questo non impediva il nascere di una solidarietà dal basso, ovvero tra operaie; sviluppando una rete che aiutava le compagne ammalate, più anziane oppure con poca manualità.


Non bisogna nemmeno dimenticare la microconflittualità creata dalla gerarchia di lavoro tra operaie semplici e maestre o verificatrici che esercitavano il loro controllo allo scopo di individuare queste deviazioni dalla norma.

Il mancato rispetto di disciplina comportava richiami e sospensioni che erano registrati nei libri matricola delle operaie. Una ricerca svolta su questi registri disciplinari ha permesso di indagare sulle condizioni di lavoro e sul comportamento tenuto dalle operaie nelle manifatture tabacchi italiane. È emerso che, durante la loro attività lavorativa, tutte le lavoratrici, anche le sigaraie più ligie ed attente, furono colpite da punizioni; queste sanzioni, però, si concentravano, in particolar modo, nei primi anni di lavoro, probabilmente al fine di inquadrare le giovani nel sistema gerarchico e “militaresco” previsto. Lavorando in un’azienda statale la situazione salariale delle tabacchine era essenzialmente buona rispetto alle aziende private, infatti grazie al cottimo in media riuscivano a percepire tra 1,5 e 2 lire al giorno (dato dei salari del 1905 tra le operaie delle manifatture), rispetto 0,75 e 1,5 lire. Anche l’orario di lavoro era più corto, infatti, lavoravano in media 8 ore al giorno e poi dopo il 1904, con l’applicazione della legge, l’orario scese a 7 ore al giorno.



Un problema ricorrente è la nocività dei luoghi di lavoro. All’epoca si pensava che lavorare il tabacco immunizzasse dalle malattie molto diffuse quali l’influenza da colera o perfino dalla tubercolosi, ma anzi ciò che danneggiava la salute operaia fosse fattori esterni come: abitazioni malsane, precoce avviamento del lavoro, scarsa alimentazione oppure poca igiene, quindi non si identificava una problematica specifica nella manipolazione del tabacco. Infatti, un’inchiesta avviata nel 1905 dal ministero delle Finanze sulle condizioni igieniche e sanitarie dei lavoratori dell’industria del tabacco rispose in maniera molto ottimistica ad una realtà completamente diversa:

«La lavorazione del tabacco, quale si svolgeva nelle manifatture italiane e nelle industrie a monopolio di stato, non era per sé stessa nociva alla salute né delle operaie né della loro prole». [6]

In realtà, l’elevata mobilità e mortalità delle tabacchine era registrata nei già citati fascicoli di servizio: tubercolosi, disturbi ovarici erano molto diffusi e secondo alcuni studiosi tra le sigaraie si registrava una maggiore dose di episodi abortivi. [7]


CASO VENEZIANO



In generale agli inizi del Novecento si interessano alla situazione delle Manifatture i movimenti politici, dato che una consistente manodopera femminile operaia si allarga sempre di più anche a livello nazionale. Nel veneziano diventa terreno di scontro tra socialisti e organizzazioni cattoliche moderate che mirano ad estendere la propria influenza tra le lavoratrici.

In questo clima nacquero la lega cattolica aderente alla Società di patronato e mutuo soccorso per le giovani operaie contrapposta alla lega socialista aderente alla Federazione Nazionale. L’organizzazione cattolica si prefiggeva di contrastare le organizzazioni ad ispirazione socialista e impedire che gli umori insoddisfatti sfociassero in scioperi, quindi di esaudire i “veri” bisogni delle donne attraverso mezzi legali, senza fomentare odio ingiustificato; spesso i mezzi legali erano lettere i dirizzate al direttore aziendale con su scritto le richieste da soddisfare.


Questa divisione interna alle lavoratrici oltre che portare piccoli rancori nei diversi schieramenti, c’è il rischio che la loro disunione indebolisce l’azione nei confronti della controparte (i capi dell’azienda), in aggiunta il continuo attrito tra lavoratrici anziane e quelle giovani non giova al quadro generale. In questo clima surriscaldato nel 1904 (anno delle lotte lavoratrici veneziane) culminò con lo sciopero generale a settembre che paralizzò la città. Cominciano le proteste delle giovani “scolatrici” che vogliono la stessa paga di quelle anziane, ma l’atteggiamento duro della direzione fa esplodere il malcontento verso tutte le operaie stanche della disciplina imposta. Questa vicenda assume una dimensione cittadina, tanto da chiedere l’intervento del prefetto e del sindaco che concede una sala per l’assemblea a Ca’Pesaro. Dal clamore fatto dei continui scioperi arriva da Roma il rappresentante ministeriale per un’inchiesta e in attesa dei risultati, si cerca di ritornare al lavoro. L’ispettore trova la fabbrica occupata da donne in piedi nei reparti, a questo punto la fabbrica chiude. Continuano le assemblee e gli scontri, tanto che anche le altre manifatture italiane si muovono fino a che i capi vengono allontanati. Con queste lotte le sigaraie ottengono un nuovo regolamento che fissano importanti obiettivi (parità di guadagno tra anziane e giovani) e ottengono il riconoscimento delle organizzazioni sindacali e diritto di sciopero, anche se viene ammesso il reato di insubordinazione tant’è che venne previsto anche il licenziamento per questo reato.

Il 16 marzo 1907 viene aperta la nuova sede della Camera del Lavoro nell’ex chiesa in campo Santa Margherita, con una grande festa al grido di “Viva la CdL” e “Viva le tabacchine”. [8]


«I TABACCHI NON SI TOCCANO»: deindustrializzazione della storica fabbrica veneziana


In seguito ad una ristrutturazione nazionale delle Manifattura per ridare vitalità a questo settore, a metà degli anni ’70 del Novecento, i dirigenti decisero di emettere un bando per l’assunzione di nuove operaie e operai. Così nel 1975 vengono assunte sessanta donne e nel 1977 con l’assunzione di un centinaio di uomini tra operai comuni e i cosiddetti “artieri”, ovvero operai specializzati.

I concorsi sono ancora divisi per genere, ma poi con la legge del’77 sulla parità nel lavoro, venne varato l’ultimo concorso nel 1987, prima della crisi e della chiusura della fabbrica.

Con le nuove assunzioni in fabbrica si verifica da un lato uno scontro generazionale e dall’altro i giovani trovano una situazione antica che era rimasta per molto tempo nel modo di fare dei lavoratori; considerando che molti di loro arrivavano dalle fabbriche di Marghera e avevano partecipato all’ “autunno caldo” dei primi anni ’70.


Fine degli anni Settanta viene riorganizzato il sindacato all’interno della fabbrica nelle sue tre componenti (CGIL-CISL-UIL) e nel 1978 venne imposto dalla CGIL l’elezione del Consigli di fabbrica, un gruppo operaio autonomo, che già dal suo esordio, contesta il sindacato di cadere nelle logiche compromissorie. Questo gruppo impone al centro della discussione, la questione ambientale: portando avanti l’obiettivo primario dell’ingresso della Medicina del lavoro in fabbrica. Dopo l’introduzione di due nuove macchine “X” e “Y”, per rendere il lavoro più veloce (una macchina produceva 4.000 sigarette al minuto e l’altra circa 8.000) e rimodernare l’azienda, gli operai si accorsero che all’interno dei macchinari ci fosse una pastiglia di “stronzio 90” altamente radioattiva, che permetteva il calcolo preciso del peso di ogni sigaretta, grazie al bombardamento di raggi alfa.


«È qui opportuno chiarire che il nostro intento non è assolutamente quello di ghettizzare il dibattito al problema dello Stronzio 90, ma di inserirlo in una analisi globale rispetto le reali condizioni di insalubrità nei posti di lavoro;[…] Tali aspetti, a volte drammatici, che l’ottusità insensibilità dell’Amministrazione e i riconosciuti ritardi, a volte colpevoli, del movimento sindacale del nostro settore, impongono un immediato e finale concreto intervento, al di là delle enunciazioni di principio, del movimento sindacale. […] Consideriamo, comunque, l’iniziativa sullo Str. 90 non come l’unico aspetto di lotta per la riduzione della nocività in fabbrica ma come quel momento in grado di dare nuovo slancio alla battaglia del sindacato in tema di prevenzione e difesa della salute.

Venezia 18 settembre 1978 – Consigli di Fabbrica Manifattura Tabacchi»[9]

I giovani lavoratori aderenti alla CGIL aprono un forte dibattito sulla questione ambientale; il consiglio di fabbrica istituisce la Commissione ambiente e coinvolgendo un medico del lavoro Corrado Cini interessato agli effetti della radioattività della pastiglia.

Diventa così il tema ambientale una questione di priorità assoluta, la fabbrica diventa all’avanguardia tant’è che successivamente verrà installato un sistema ad ultrasuoni per la derattizzazione e un depuratore delle acque. I giovani sentono che questi temi, come la salute ambientale e le condizioni di lavoro, siano poco presenti nelle coscienze del sindacato. Siamo alla fine degli anni Settanta sia a Venezia che a Mestre vengono percorse da cortei del movimento femminista, la giunta comunale di sinistra che dal ’75 governava, istituì il primo assessorato alla condizione femminile in Italia e riuscì ad aprire 18 consultori.


Così in M.T. nasce il primo Collettivo donne formato da giovani lavoratrici che si organizzano autonomamente e cominciano a ritrovarsi per parlare dei loro problemi che vivono sia all’interno della fabbrica che in quello sociale per sensibilizzare tutte le lavoratrici con l’obiettivo dell’uguaglianza e la liberazione della donna. Come Rosanna Ghezzo, Germana De Preda e altre donne si ritrovavano dopo lavoro il venerdì al consultorio e riescono ad avere la presenza di una ginecologa che oltre alle visite possano parlare anche di prevenzione. Queste giovani lavoratrici femministe riescono ad aprire un dialogo con le più anziane militanti della PCI e a spingere anche loro alla lotta comune per l’orario più elastico che permetta di portare i bimbi a scuola, cambio turni per rendere il lavoro più sopportabile. Ottengono, grazie anche all’appoggio del sindacato, gli aspiratori in fabbrica, l’aria condizionata e la riduzione dal 40 a 36 ore lavorative per riuscire a portare e riprendere i bambini.

Il Collettivo donne riesce nel 1980 ad organizzare una mostra storica sul movimento delle donne nella palestra in fabbrica, con una sezione dedicata ad Anita Mezzalira.[10] La mostra viene aperta a tutta la cittadinanza di Venezia.


Negli anni Ottanta c’è crisi nel settore del tabacco, ed è sempre più evidente l’intenzione di chiudere le ventidue manifatture in Italia; i lavoratori rigettando questa logica. La manifattura di Venezia produceva sigarette “Alfa” e “Sax” di tabacco scuro, mentre ormai il mercato richiedeva tabacco biondo americano. Nel 1989 viene avviato un convegno sul futuro della fabbrica dove erano presenti il vicesindaco Cesare De Piccoli, il rappresentante del Rettore universitario Paolo Costa e il rappresentante dell’ordine degli avvocati Giovanni Cesari, dove emerge una forte contesa degli spazzi della Manifattura. Un articolo della “Nuova Venezia” del’89 sul convegno scrive: “Avvocati e professori dell’Università in questi mesi chiedono a gran voce la disponibilità della Manifattura Tabacchi” un grande edificio che fa gola a molti, perché si trova molto vicino a Piazzale Roma ed è facilmente raggiungibile sia con i mezzi di trasporto pubblico che privato. Al convegno parteciparono 240 operai della Manifattura, l’intento dei sindacati era la libera discussione sulla fabbrica, Bruno Polesel rappresentante della CGIL affermava: “Il convegno voleva fornire una sede vera di confronto che renda trasparenti le volontà e le posizioni uscendo dalle ambiguità che hanno, in questi ultimi tempi, contraddistinto la vicenda”. [11]


In conclusione tutti gli interventi al convegno sembravano convergere nell’indicazione della riqualificazione dello stabile chiesta a gran voce dai sindacati.

Un altro incontro, nei primi anni Novanta, con il sindaco Casellati e i rappresentanti della giustizia per valutare l’insediamento delle strutture giudiziarie alla Manifattura, però era in netto contrasto con le proposte dei sindacati che provoca una reazione dei lavoratori, che inviano una loro delegazione in comune brandendo cartelli con su scritto “Casellati gli operai valgono quanto gli avvocati!”.

Chiedevano, che prima della chiusura, si facessero partecipi gli operai della fabbrica per decidere l’utilizzo dell’edificio e della salvaguardia dei diritti dei lavoratori.

Nel 1992 il monopolio di Stato chiuse definitivamente e a questo punto cominciarono le trattative che portarono alla compravendita del manufatto. Nel 1994 viene siglato un protocollo d’intesa tra organizzazioni sindacali, amministrazione finanziaria e i Monopoli, mentre il Comune veneziano inizia le trattative con l’amministrazione delle Finanze per l’acquisto della Manifattura per realizzare la Cittadella della giustizia che riunisse tutti i vari tribunali sparsi per la città e gli uffici. Mentre gli operai della Manifattura sarebbero stati trasferiti presso altri uffici statali, tant’è che le organizzazioni sindacali erano favorevoli all’assorbimento degli operai da parte degli enti statali.

Nel febbraio del 1996 il Consiglio di amministrazione dei Monopoli di Stato dispone la soppressione della M.T di Venezia, a maggio si tenne una riunione per l’attuazione del Ministero delle Finanze con i rappresentanti del Ministero della Giustizia, dei Monopoli e del Comune.

Intervenendo il soprintendente dei beni culturali e architettonici il dott. Ricciardi, spiazzando il tavolo delle trattative, impone come un vincolo per la M.T di Venezia come sito archeologico industriale,[12] l’edificio diviene bene demaniale inalienabile. A questo punto il Comune deve accelerare le procedure di acquisizione dell’area perché teme che possa perdere di valore, in quanto l’area fu stimata circa 96 miliardi e 933 milioni di Lire, approvando il Piano regolatore del 1962 che destinava l’area come ‘Terminal stradale’ e trasformarla in ‘uffici giudiziari’.

La situazione dei lavoratori era ancora incerta, dovevano aspettare la riforma dei Monopoli che avrebbe consentito il passaggio alle amministrazioni pubbliche o la fruizione del prepensionamento.

Il Comune riuscì a firmare il 30 dicembre 1996 il contratto di cessione della M.T. per la cifra stimata per la vendita, e il I° gennaio 1997, con il Decreto del ministro delle Finanze, cessa definitivamente l’attività produttiva della M.T.; si chiude così una lunga vertenza che per oltre un anno aveva tenuto in sospeso la giunta comunale, i funzionari del Municipio e il vicesindaco Rosini.


In conclusione, gli operai della Manifattura, anche se riuscirono ad ottenere un buon accordo di mobilità, rimasero delusi dall’indifferenza con cui la fabbrica ha chiuso, questa fabbrica che per duecento anni aveva segnato la storia sia di Venezia attraverso l’emancipazione operaia femminile, lotte operaie, lavoro in fabbrica e lavoro per la democrazia operaia. A cura dalla dott.ssa Eleonora Montino



NOTE

[1] M.T. SEGA e N.M. FILIPPINI, Manifattura Tabacchi e Cotonificio veneziano, Il Poligrafo, 2008, pp.16,17

[2] Ibidem p.23 [3] Giambattista Giustinian (Venezia, 25 dicembre 1816 – Venezia, 1º aprile 1888) è stato un politico italiano, sindaco di Venezia, deputato alla Camera e Senatore del Regno.

[4] Ivi

[5] Ivi

[6] G. PEDROCCO, Le operaie delle manifatture tabacchi, in Operaie, serve, maestre, impiegate (Torino, Rosenberg & Sellier, 1992).

[7] M.R. PROTASI, Il Modello riproduttivo delle operaie italiane tra otto e novecento, in Studi storici, Oct.-Dec., 1991, Anno 32, No.4 (Oct.-Dec., 1991), pp.903-941, Fondazione Istituto Gramsci.

[8] M.T. SEGA e N.M. FILIPPINI, Manifattura Tabacchi e Cotonificio veneziano, Il Poligrafo, 2008, pp.31-35

[9] Consiglio di fabbrica M.T. Venezia, Relazione introduttiva, 18 sett. 1978

[10] Anita Mezzalira (Venezia 1886 - Venezia 1962), Operaia comunista. Comincia a lavorare a quindici anni, presso la Regia manifattura tabacchi di Venezia. Entra da subito nel movimento sindacale e, nel 1910, s’iscrive al PSI. È tra le fautrici delle agitazioni del 1914-1915. Nel febbraio 1915 inaugura a nome della Lega Tabacchi la Casa del Popolo di Malcanton. Nel 1919 viene eletta segretario della Lega tabacchi aderente alla Camera del lavoro e dopo un breve periodo entra a far parte della commissione esecutiva dell’organizzazione “Una donna” diventando uno degli esponenti più popolari. Il 4 febbraio 1923 viene arrestata assieme ad altri dieci “sovversivi”, ma dopo pochi giorni venne prosciolta e scarcerata. Nel 1925 viene licenziata e sottoposta a un periodo di due anni di ammonizione politica, aiutata dal “soccorso rosso” delle ex-compagne di fabbrica. Partecipa alla Resistenza. Nel 1945 viene riassunta alla Regia manifattura, dove si candida e viene eletta nella commissione interna. È eletta in consiglio comunale nel 1946, tra le fila del PCI, seconda nelle preferenze solo al sindaco Gianquinto e rimane in carica fino al 1956. Nel 1949 è eletta nel Direttivo nazionale dell’UDI. Negli anni Cinquanta è membro attivo nella Camera del lavoro di Venezia e membro del comitato federale dal 1956. Nel 1958 viene chiamata a ricoprire l’incarico di segretaria dello SPI di Venezia e dopo poco tempo entra nell’esecutivo nazionale della federazione italiana pensionati. I suoi funerali sono seguiti da tutta la città e l’intero consiglio comunale le dedica una lunga commemorazione con interventi degli esponenti di tutti i partiti.

[11] R. De Rossi, I Tabacchi non si toccano. Polemica con gli avvocati, “La Nuova Venezia”, 11 giugno 1989

[12] L’archeologia industriale è una branca (ramo) dell'archeologia che studia, applicando un metodo interdisciplinare, tutte le testimonianze (materiali e immateriali, dirette ed indirette) inerenti al processo d'industrializzazione fin dalle sue origini, al fine di approfondire la conoscenza della storia del passato e del presente industriale. Le testimonianze attraverso cui l'archeologia industriale può giungere a questa conoscenza sono i luoghi e le tecnologie dei processi produttivi, le tracce archeologiche generate da questi, i mezzi e i macchinari attraverso cui questi processi si sono attuati, i prodotti di questi processi, tutte le fonti scritte a loro inerenti, le fonti fotografiche, orali, i paesaggi segnati da questi processi e perciò detti paesaggi industriali. Il periodo studiato dall'archeologia industriale è quello che va dalla seconda metà del Settecento ai giorni nostri, e più precisamente quello della rivoluzione industriale; tuttavia, questa disciplina prende in considerazione anche talune forme d'industria sviluppatesi prima di questo intervallo di tempo, e cioè le attività preindustriali e protoindustriali. Data la sua vicinanza temporale e la tipologia delle materie oggetto di ricerca, l'archeologia industriale si avvale della applicazione di molte discipline per il suo studio, tra le quali: l'archeologia, l'architettura, l'ingegneria, la tecnologia, la pianificazione urbanistica. [https://it.wikipedia.org/wiki/Archeologia_industriale]


IMMAGINI

1^ immagine: Parte superiore della Manifattura tabacchi di Venezia che ritrae la campana e l'orologio dell'800.

2^ immagine: Area della Manifattura Tabacchi di Venezia.

3^immagine: Planimetria della Manifattura Tabacchi.

4^immagine: Tabacchine, Guido Cadorin, 1919, studi per il dipinto Le tabacchine, 1920.

5^immagine: Lo sciopero delle sigaraie a Venezia, disegno di Beltrame ("Domenica del Corriere", 12 maggio 1905).


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